In questi giorni non si può non parlare di guerra. Questa parola si percepisce con tutta la sua terrificante potenza.

Ed è immobilizzante sentirne il solo rumore a pronunciarla. In tutti i conflitti le opinioni sono contrapposte tra il cinismo e lo storicismo che la stessa guerra provoca ma le dinamiche che coinvolgono l’Europa sono complesse: si dividono tra eredità originarie del passato, le macerie raccolte dopo la seconda guerra mondiale e le dinamiche complesse odierne sul commercio, sull’approvvigionamento energetico ma anche d’acciaio, di grano, di neon e di mangime.

In mezzo ci siamo noi che viviamo in una democrazia, imperfetta e piena di limiti, che ci permette però di poter esprimere opinioni ed esistenze da una posizione privilegiata rispetto chi oggi non è solo in mezzo a due tipi di propaganda ma si ritrova sotto le bombe.

Tutti gli Stati mondiali stanno affrontando questa guerra mettendo al centro i propri interessi, determinati dalle esigenze dei propri cittadini che poi vanno a votare, cercando anche di far coincidere queste esigenze, le nostre, con quelle di chi oggi è in Ucraina e che lotta o si nasconde per sopravvivere e determinarsi.

E in questo bene fa Zelesnky che ha compreso perfettamente la necessità di rispondere con velocità all’attacco russo usando soprattutto la comunicazione: di fatto il Presidente ucraino, quando chiede maggiori aiuti non sta parlando solo all’Europa e all’America, parla anche al suo popolo, ponendo le basi per quella che sarà la resistenza all’occupazione russa se le sorti della guerra dovessero concludersi con una sconfitta; la richiesta di istituire una No Fly Zone non può significare altro che gli ucraini continueranno a resistere e ad insistere,  sacrificando vite  per la loro sacrosanta volontà di determinarsi “Stato”.

Il concetto di orgoglio e dignità nell’essere Ucraini e nell’esistenza dello Stato Ucraino è ma continuerà ad essere in futuro, il principio e insieme il valore, della resistenza ucraina alla Russia.

L’Italia di oggi, nella parte occidentale dei Paesi geograficamente più vicini al conflitto, paga il non aver mai lasciato spazio ad un reale confronto su quanto accaduto durante il ventennio fascista, nel sentirsi inferiori agli interlocutori europei ed extra europei.

Quanto accaduto in questa legislatura, con ben tre cambi di Governo per questioni di potere tutte nazionali, hanno di fatto intaccato quella che è la reale credibilità nazionale all’estero.

Ci chiediamo cosa ci si aspettasse da un Presidente del Consiglio come Draghi: un tecnico in un ruolo politico. Un professionista riconosciuto come fuori classe per le sue competenze curriculari che ricopre un incarico squisitamente estraneo rispetto la sua formazione, da cui ci si aspettano dichiarazioni e maggiore empatia nella comunicazione.

Oggi l’Italia, in virtù di quanto sta accadendo in Ucraina, dovrebbe riflettere e chiedersi quanto sia responsabile far cadere un Governo una volta ogni 18 mesi.

Essere un buon politico significa anche saper muovere le pedine in uno scacchiere, intercettando le mosse del proprio competitor in anticipo ma soprattutto, significa capire quando quella mossa è meglio non farla, certamente sacrificando la propria vittoria ma consapevoli che si tutela l’interesse di tutta una nazione.

E gli ucraini con la resistenza e la determinazione alla propria dignità e al voler decidere delle sorti della propria nazione, ci stanno insegnando il significato di questa parola. Non si può quindi evitare di considerare quel sentimento cinico, ma anche quello più storico, perché se è vero che i popoli sono composti dalle persone, occorre iniziare a capire che le esigenze possono essere diverse e possono essere inconciliabili.

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