Se ne parla molto, in questi giorni, perché a portarlo sotto la luce dei riflettori è stata la Federcalcio, ovvero chi gestisce lo sport più popolare nel nostro Paese. Ma la lotta delle atlete per raggiungere lo stato di professioniste, al pari dei colleghi maschi, riguarda anche e soprattutto gli sport minori, quelli che hanno una più bassa risonanza mediatica, dove gli sponsor riversano una quantità di contributi inferiore.

A tutte loro, la riforma dello sport fortemente voluta dall’ex ministro del Movimento 5 Stelle, Vincenzo Spadafora, ha dato la possibilità di raggiungere le dovute tutele e diritti. Quanto è importane essere professioniste per le donne che praticano lo sport si capisce non dalla richiesta di parità salariale come qualcuno ha ventilato nei confronti delle calciatrici, ma proprio dalla necessità di raggiungere tutte quelle tutele e diritti che fino a qualche anno fa erano solo un miraggio.

Nel 1981, infatti, la legge n.91 del 23 marzo riguardante le “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti” lasciava discrezionalità alle federazioni di distinguere tra attività dilettantistica e professionistica. Molte federazioni hanno così lasciato che le donne, che pur si allenavano tutto il giorno per raggiungere risultati rilevanti anche a vantaggio delle stesse, non potessero accedere, al pari dei colleghi maschi professionisti, a diritti come la tutela sanitaria, il trattamento pensionistico e soprattutto il diritto alla maternità.

Purtroppo negli anni si sono verificati casi incresciosi di atlete che, in dolce attesa, hanno dovuto smettere di allenarsi o si sono viste recapitare richieste di indennità per non aver “onorato” gli impegni. L’ approvazione del decreto legislativo n.36 del 28 febbraio 2021 ha definitivamente sancito la promozione di “pari opportunità delle donne nelle prestazioni di lavoro sportivo, tanto nel settore professionistico quanto in quello dilettantistico” introducendo, inoltre, una “disciplina organica del rapporto di lavoro sportivo, a tutela della dignità dei lavoratori e rispettosa della specificità dello sport”.

Un lungo percorso che potrà chiudersi alla fine del 2022, quando tutte le federazioni dovranno definire, deliberando a riguardo.

Da quel momento, tutte le donne che praticano uno sport all’interno di una federazione professionistica, potranno scegliere di fare sport per lavoro, contando anche sull’equiparazione degli stipendi minimi tra uomini e donne. Parliamo di ciclismo, pugilato pallacanestro, golf e calcio. La prima disciplina che introdurrà il professionismo femminile in Italia sarà il calcio, a partire dal 1 luglio 2022. Sarà probabilmente molto difficile raggiungere gli stipendi complessivi dei colleghi maschi ma quello che più conta è firmare un contratto di lavoro subordinato che obbligherà le società al versamento dei contributi ai fini pensionistici, oltre a garantire alle atlete tutte le tutele che fino ad oggi erano loro negate.

Una strada che inizia con qualche difficoltà ma che, al netto delle incombenze burocratiche, sembra spianata verso un futuro a porte aperte. Un passo importante, cercato, voluto e realizzato.

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