La revisione dei criteri per la mappatura catastale, meglio nota come riforma del catasto, ha assunto toni di accesa contrapposizione politica spaccando la maggioranza.

In realtà, la riforma risulta necessaria per garantire l’equità fiscale stante che, dai criteri di catalogazione degli immobili deriva la base imponibile per il calcolo delle tasse patrimoniali, con valori sempre più disallineati rispetto a quello commerciale. Il catasto ad esempio, non tiene conto dei fattori ambientali che incidono sul valore del bene, come la presenza di sostanze inquinanti nella zona su cui l’edificio sorge.

Si pensi all’incidenza di questi fattori sul valore di una unità immobiliare del quartiere Tamburi, a Taranto, per effetto dell’inquinamento atmosferico prodotto dall’ILVA negli ultimi 20-30 anni. Esiste anche un altro elemento spesso trascurato: la condizione di rischio idrogeologico dell’area su cui sorge il fabbricato. Stante gli effetti dei cambiamenti climatici, è fortemente sentita l’esigenza che la condizione di vulnerabilità di quanto edificato su queste aree a norma di legge, sia tenuta in debito conto negli annunciati principi e criteri direttivi per la modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e la revisione del catasto dei fabbricati, prevista nella riforma Fiscale di cui all’art. 6, della legge delega.

 

E’ questo il tenore di una lettera che il Coordinamento della Sicurezza idraulica di un  Municipio di Roma in particolar modo il decimo, ha inviato al Capo del Governo per sensibilizzare la politica a questa tematica. Riporta infatti il Comitato che: “La modernizzazione degli strumenti di mappatura, finalizzata all’adeguamento dei valori catastali agli attuali prezzi di mercato, risulterebbe efficace se sovrapponibile a quella istituzionale sul rischio idrogeologico con cui, gli Enti preposti di cui al DPCM, di riordino delle autorità di bacino, del 13 giugno 2018, governano la materia. A questi dati, possono essere utilmente associati anche quelli prodotti da ISPRA, che aggiorna la mappatura della pericolosità idraulica sull’intero territorio nazionale, utilizzando una “mosaicatura” basata su una classificazione degli scenari di pericolosità di cui al D.Lgs. 49/2010 (P3, P2 e P3 con tempi di ritorno rispettivamente fra 20 – 50, 100 – 200 e > 200 anni).  Secondo i dati ISPRA, pubblicati nel 2018 gli edifici a rischio alluvioni in Italia nello scenario a pericolosità idraulica media (P2), sono 1.351.578 (9,3%)”.

L’attribuzione degli stessi principi di classamento tra un’abitazione allagabile rispetto ad una non allagabile, genera una disparità di trattamento fiscale, soprattutto laddove c’è stato un tardivo recepimento delle mappature del rischio idrogeologico nei dispositivi urbanistici locali. Edifici realizzati all’epoca con regolare concessione edilizia, sono poi stati dichiarati edificati su aree a rischio con conseguenti minusvalenze patrimoniali, fiscalmente non recepite nelle rendite catastali. Stesso dicasi per aree oggetto di compravendita con valori consoni al mercato delle aree edificabili e su cui oggi non è possibile edificare, fintanto non si realizzano le opere prescritte dalle stesse Autorità, per fare richiesta di riduzione della classe di rischio.

Il Governo dovrebbe mettere mano a questo annoso tema provvedendo alla realizzazione di opere in grado di riportare in sicurezza il territorio e, al contempo, nella prossima riforma catastale, tenere conto della svalutazione patrimoniale degli immobili ubicati in aree a rischio R4 realizzati con regolare concessione e/o concesse in sanatoria.

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