E’ notizia dell’ISTAT che a ottobre, c’è stata una forte crescita dei prezzi alla produzione dell’industria, spinta dai rialzi dei prezzi dei prodotti energetici, particolarmente marcati sul mercato interno, dove si rilevano aumenti eccezionali per energia elettrica e gas.

Il Governo è quindi impegnato a individuare soluzioni strutturali in grado di mitigare i picchi di aumento dei costi energetici per il Paese. Da una parte è infatti necessario tutelare la concorrenza dei prodotti italiani, rispetto a quelli prodotti in nazioni in cui l’energia costa meno; dall’altra è necessario contenere gli aumenti sulle bollette dei consumatori domestici per non diminuire il potere di acquisto delle famiglie e i relativi effetti sui punti di PIL   (Prodotto Interno Lordo).

I costi dell’energia saranno un tema di cui dovremo occuparci frequentemente in quanto la transizione ecologica inciderà necessariamente sull’assetto dei mercati energetici internazionali delle fonti fossili, in un contesto in cui il singolo Paese ha poche leve per incidere su decisioni di carattere geopolitico di dimensione globale.

Qualcosa invece si può fare dal punto di vista fiscale

Non è infatti eticamente accettabile che dagli aumenti della materia prima derivi un aumento di gettito fiscale per lo Stato, visto che a parità di consumi, aumentando l’imponibile IVA, il fisco incassa di più.

Di seguito si rappresenta una esemplificazione numerica su quanto incide sull’iva, l’ultimo aumento del gas. L’esempio è riferito a una famiglia che ha un consumo annuo di 1400 Sm3 (metri cubi standard) all’anno, ipotizzando per semplicità che tutto il gas fosse consumato ai prezzi di prima e dopo l’ultimo aumento.

Nella figura che segue sono illustrate le voci che compongono la bolletta gas indicando le percentuali di incidenza incassate dal fornitore contrattualizzato, per gli oneri di sistema e dal Fisco.

 

Dal prospetto che segue invece si rileva il forte aumento del costo della gas naturale, nel IV trimestre 2021.

 

Un particolare importante che salta subito all’occhio, è che restano immutate le accise.

Queste infatti essendo calcolate in entrambi le configurazioni a Euro per Sm3 a parità di consumi non fanno variare l’importo della voce.

Cambia invece l’imponibile IVA che si calcola sull’inviluppo di tutti corrispettivi (si paga l’Iva anche sul tributo dell’accisa). Alla fine con i nuovi aumento l’iva cresce di quasi 58 euro.

Se lo Stato volesse rinunciare a questo introito, basterebbe che a ogni trimestre, oltre a far dichiarare all’autorità di regolazione ARERA, la variazione dei costi dell’Operatore, calcolasse una nuova aliquota IVA da applicare, per avere a fine d’anno il medesimo gettito fiscale dell’anno precedente.

Nel caso esaminato, per incassare con i nuovi prezzi il medesimo importo IVA, per aumento, pari a 176.82 euro basterebbe applicare un aliquota del 15%, al posto del 22% sul nuovo imponibile, come si legge nel prospetto sotto indicato.

 

 

 

 

 

 

Applicando un’aliquota iva variabile, l’importo totale della bolletta, invece di salire del 28% ad un importo di 1.555 euro, a parità di gettito per l’erario, aumenterebbe solo del 24% per 1.497 euro.

La soluzione andrebbe a vantaggio dei soli consumatori finali tutelati, ampiamente presente nel panorama dei clienti finali del mass market delle famiglie. Per i consumi non civili, le quote iva sono di fatto passanti e, pertanto, eventuali interventi, per non configurarsi come aiuti di Stato, dovrebbero incidere sull’altro capitolo fiscale. Cioè sul capitolo quelle delle accise di cui si allega un prospetto da cui risulta il non leggero carico fiscale di cui sono gravate le imprese produttive nazionali (accisa su milioni di Sm3 consumati).

 

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